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Duelli e Tornei attraverso i Trattati del Quattrocento

Ricerca Storica e testo di Alessandro Grazioli ©2014

“Molte altre cose potevano dirsi di quella età vertosi cavallieri ma sonosi tralasciate studiosamente. Poi che de'l tutto in Italia, e fuori se n'è andata in desuetudine, a tanto che hoggidì seria dannata una simile provocazione.”
SEBASTIANO FAUSTO DA LONGIANO
Duello regolato a le leggi de l'honore - Venezia 1552

La storia del duello è complessa e non sempre di facile ricostruzione: il combattimento “da uno ad uno” ha assunto nel corso dei secoli e in funzione delle diverse aree geografiche connotazioni assai variegate, rese ancor più confuse da esagerazioni letterarie ed innesti leggendari.
Allo sfaldamento dell’Impero Romano d’Occidente, il concetto tutto germanico di “Giudizio di Dio” si espande in tutta Europa, penetrando, seppure con minor enfasi, anche in Italia.
Il duello giudiziario è un’ordalia, un metodo di risoluzione delle contese in assenza di prove evidenti. Diritto, morale e religione sono un tutt’uno inscindibile: la mano di Dio guida la mano del Giusto, che non può fallire, in quanto moralmente superiore.
Il duello giudiziario veniva spesso effettuato da campioni nominati dalle parti in causa, detti pugiles, veri e propri professionisti, che accettavano, dietro compenso e giuramento, di entrare nello steccato per difendere la causa della propria parte.
In Italia, questa pratica, dopo un periodo di splendore sotto la dominazione longobarda e franca, conosce un definitivo declino nel XIII secolo: la Chiesa non la vede di buon occhio, la considera addirittura di natura diabolica, e Federico II con il Liber Augustalis circoscrive drasticamente l’applicazione della monomachia.

L’abitudine al duello però non si perde, si trasforma. Interessante è tentare di trovare traccia di queste trasformazioni nella trattatistica schermistica del XV secolo.
Le fonti italiane attualmente disponibili in tal senso sono le varie versioni manoscritte del Flos Duellatorum di Fiore de Liberi, il De Arte Gladiatoria Dimicandi di Filippo Vadi e i due manoscritti dell’Anonimo Bolognese (scritti nei primissimi anni del XVI secolo, ma ancora ampiamente ancorati al secolo precedente). A queste abbiamo voluto aggiungere il Duello Regolato a le Leggi dell’Honore di Sebastiano Fausto da Longiano, che, pur scrivendo a metà del XVI secolo, raccoglie una serie di cartelli di sfida “antichi” assai interessanti.

Chi imparava l’arte del maneggio delle armi e perché? Tutti i trattati giunti fino a noi illustrano tecniche quasi esclusivamente eseguibili in duello uno contro uno, in armatura, ma più spesso senza. Il vecchio Fiore de Liberi raccoglie nel suo libro, scritto a Ferrara a inizio XV secolo, il sapere attinto direttamente sul campo, da maestri italiani e tedeschi, in oltre cinquant’anni di pratica. Un sapere destinato solamente a “reges, duces, principes et barones, ceteros denique curiales et alios habiles in duello iuxta illud” (re, duchi, principi, baroni e gli altri nobili autorizzati a battersi in duello).
Non è dunque un manuale “di guerra”, dedicato alla formazione di fanti o milizie, è un manuale di scienza schermistica, scritto appositamente per un’elite di nascita, l’unica autorizzata a scontrarsi in steccato, per necessità o per volontà.
Alla necessità richiama Filippo Vadi, verso la fine del XV secolo, ammonendo a non cercare questione d’armi senza ragione effettiva, quando riporta “chi vuol senza ragione altrui offendere danna l’anima e ‘l corpo certamente, fa al suo maestro vergogna prendere.”; di fatto corregge il tiro poco più avanti ricordando  “O in quanti modi la ti po’ aver loco senza cercare se trova costione beato è quel che spigne l’altrui foco”.

Fausto da Longiano, circa un secolo e mezzo dopo, descrivendo l’età di Fiore de Liberi scrive “Di più erano per debito d’honore tenuti que’ cavallieri, non pur quando richiesti fussono, ma volontariamente andare, e cercare occasioni di farli conoscere valorosi in arme, e non indegni del nome di cavallieri, e di portare quell’ordine al collo.”: il giudizio di Dio era una necessità, ma il cavaliere era chiamato a dare prova del suo valore sfidando altri cavalieri, per far conoscere il proprio valore.
Questa pratica era indubbiamente comune, tanto che queste “sfide volontarie” assumono presto le caratteristiche tipiche del Torneo e della Giostra, vere e proprie gare di valore e destrezza, lontane dal concetto alto e definitivo del Giudizio di Dio, molto più terrene e redditizie.

Fiore de Liberi fa accenno nel suo trattato, nella parte riguardante la lotta (arte nobile, al contrario del pugilato, sport del popolo, fin dall’antichità) alla differenza fra zoghi di concordia e cortesia e zoghi per la vita; la differenza sarà ripresa anche dall’Anonimo Bolognese e in seguito da altri maestri del XVI secolo. La pratica di sala, il Torneare, il Giostrare è giuocare, non si stanno difendendo fanciulli e vedove, né il proprio onore o la propria vita.

L’Anonimo Bolognese traccia persino una sorta di regolamento del giuocare: “In l’arte del schermire con le arme che non tagliano, si c(h)iama g(i)ucare et non è licito ad uno g(i)ucatore dopoi che l’(h)a ricevuto uno colpo a passare più de uno passo innanzi per ferire il suo nemico”.

Dunque la pratica della spada, e delle altre armi, nel XV secolo, pur rimanendo necessità bellica e arte marziale utile alla conservazione della vita, era anche strumento per stabilire una gerarchia all’interno di quella elite di cavalieri, duchi, principi e uomini d’arme, attraverso la pratica delle virtù riportate da Fiore de Liberi nel suo celeberrimo  Segno della Spada: Prudentia, Audatia, Fortitudo, Celeritas.